Art Blog by Loredana De Simone

The Atelier #2

the atelier ep 2 madame dabi who is dada.jpg

 

If we could describe the arrival of spring in Paris we would begin with the smell of the first blossoms and the leaves of the trees wet from the humid air of the evening, those who never walked under the branches covered with blossoms at the edges of the Seine can not know why here the spring has its own fragrance.

In the last few nights Mademoiselle Jeann finds herself returning home to smell the air of spring that had finally arrived in the city, bringing with it the opening night of the first show with the costumes made in her Atelier.There could be no better advertising and she was getting ready for that day, feeding herself with daily anxiety, with a pinch of adrenaline full of expectations.

The final fittings had turned into the pursuit of perfection. Every two days she arrived in the Atelier with a new bundle of roses that had not yet bloomed, to put next to those of the previous two days, now  bloommed and with generous petals. Every day she surrounded herself with those pieces of beauty, because a bit of that beauty seemed to give her moments of calm. And sweets, colorful and soft, like those that were once baked in the same place where now  was the Atelier and that she wanted to pay homage as if it were a family tradition. Even the fabrics, all in view, the samples, each chosen from among thousands, brought in itself a feeling or a memory that could not wait to collect. Of course she did not lack memories, the real ones that you keep in a box in the bottom of the closet or those who resurface while you are busy in the other, but she wished to have new ones and had decided to start from the cozy velvet, the elusive silk and intricate lace.

The opening night came, the excitement of seeing her name on the board at the entrance of the Cabaret was huge, it was not the first time, it is clear that together with her legs had already seen her name to one of her shows, but this time it was different: she was there from the beginning to the end, with costumes that she had thought and seen taking shape cut after cut, seam after seam. She had lived the wait, the birth, the eyes of the women who wore them and the looks of those who watched them. And she could admit that the satisfaction was not in the objects itself, in the hem that fell right on the waist or the seam that exalted the breasts, but the feeling of security that shone through the eyes and attitudes of women. This made her feel special.

There are those who are born special and those who decide to be, usually the seconds are those who can produce something, often considered ephemeral, which is good for someone else.

That evening after the show, it was decided to celebrate between the bar counter and the dance floor. At the back of the room, a small jazz orchestra accompanied the low singing voice. Mademoiselle Jeanne could only see the hat from the polished counter of the bar, a tall black cylinder and she have aways found a comforting note in the cylinders.

The third glass of champagne was offered to her with an unexpected grace by a fashion journalist, at least so she read from her business card, along with the compliments for the costumes. To the compliments followed two more glasses of champagne and an hour of chattering about nylon stockings, the flowers  mania that cyclically returns in spring and about too many sex books written by men for men and why women dream to become artists and they end up marrying one. Freewheeling the car and the chatter accompanied them to the front door of Mademoiselle Jeanne. After the greetings, the card slipped to the bottom of the coat pocket.

***

Se si potesse descrivere l’arrivo della primavera a Parigi si comincerebbe con l’odore dei primi fiori e delle foglie degli alberi bagnati dall’aria umida della sera, chi non a mai passeggiato sotto i rami che si ricoprono di boccioli ai bordi della Senna non può sapere perch qui la primavera ha tutto un suo profumo.

Nelle ultime sere Mademoiselle Jeanne si ritrovava di ritorno a casa ad annusare l’aria della primavera che finalmente era arrivata in città, portando con se la serata d’apertura del primo show con i costumi realizzati nel suo Atelier. Non poteva esserci pubblicità migliore e si preparava a quel giorno nutrendosi di ansia quotidiana, con un pizzico di adrenalina carica di aspettative.

Le prove finali si erano trasformate nella ricerca della perfezione. Ogni due giorni arrivava in negozio con un nuovo fascio di rose non ancora sbocciate, da mettere accanto a quelle dei due giorni precedenti, ormai schiuse e dai petali generosi. Ogni giorno si circondava di quei pezzetti di bellezza, perché un po’ di quel bello sembrava darle attimi di calma. E dolci, colorati e soffici, come quelli che una volta venivano sfornati in quello stesso luogo dove ora c’era l’Atelier e che lei voleva omaggiare come fosse una tradizione di famiglia. Anche le stoffe, tutte a vista, i campioni, ognuno scelto tra migliaia, portavano in se una sensazione o un ricordo che non vedeva l’ora di collezionare. Certo non le mancavano ricordi, quelli veri che conservi in una scatola in fondo all’armadio o quelli che ti riaffiorano mentre se impegnata in tutt’altro, ma desiderava averne di nuovi ed aveva deciso di iniziare dall’accogliente velluto, dalla sfuggente seta e dall’intricato pizzo.

La sera del debutto arrivò, l’emozione di vedere il proprio nome sul tabellone all’ingresso de Cabaret fu enorme, non che fosse la prima volta, è chiaro che insieme alle sue gambe avesse già visto il suo nome per uno dei suoi spettacoli, ma questa volta era diverso: c’era lei dall’inizio alla fine, con dei costumi che aveva pensato e visti prender forma taglio dopo taglio, cucitura dopo cucitura. Ne aveva vissuto l’attesa, la nascita,  gli occhi delle donne che li indossavano e gli sguardi di quelle che li osservavano. E poteva ammettere che la soddisfazione non stava negli oggetti in se, nell’orlo che cadeva giusto sulla vita o la cucitura che ne esaltava il seno, ma la sensazione di sicurezza che traspariva dagli occhi e dagli atteggiamenti delle donne. Questo la faceva sentire speciale.

C’è chi nasce speciale e chi decide di esserlo, di solito i secondi sono quelli che più riescono a produrre qualcosa, spesso considerato effimero, che fa bene a qualcun altro.

Quella sera dopo lo spettacolo, si decise di festeggiare tra il bancone del bar e la pista da ballo. In fondo alla sala, una piccola orchestra jazz accompagnava la voce bassa che cantava. Mademoiselle Jeanne ne vedeva solo il cappello dal bancone lucido del bar, un alto cilindro nero e lei trovava un non so che di confortante nei cilindri.

Il terzo bicchiere di champagne le fu offerto con garbo inaspettato da una giornalista di moda, perlomeno così lesse poi dal suo bigliettino da visita, insieme ai complimenti per i costumi. Ai complimenti seguirono altri due bicchieri di champagne ed un’ora di chiacchiere alla rinfusa sulle calze di nylon, la mania dei fiori che ritorna ciclicamente in primavera e sui troppi libri di sesso scritti dagli uomini per gli uomini e di come mai le donne che sognano di diventare artiste finiscono per sposarne uno. A ruota libera la macchina e le chiacchiere le accompagnarono al portone di casa di Mademoiselle Jeanne. Dopo i saluti, il bigliettino scivolò sul fondo della tasca del soprabito.

 

 

–  Illustration by Madame Dabi

You Might Also Like

Leave a Reply